Ninella «si era sempre arresa alla vita, e ora, a cinquant'anni appena compiuti, ce l'aveva quasi fatta a essere felice». Quasi. Perché lei che è la sarta più bella di Polignano, paese della Puglia, ha un conto aperto con il passato: molti anni prima non aveva potuto sposare don Mimì Scagliusi (il “re delle patate” e dalle “spalle larghe, petto villoso e torace ancora imponente, impreziosito da una collanazza d'oro che lo faceva un po' giostraio un po' magnaccia“) perché suo fratello era stato arrestato per contrabbando e la famiglia di lui aveva fatto rompere il fidanzamento. Ninella aveva così sposato un salentino che non amava. Diventata madre di due figlie e poi rimasta vedova, la donna da allora si è chiusa in casa a cucire. Il destino, però, dopo vent'anni le offre una rivincita: Chiara, la sua primogenita, s'innamora proprio del figlio di don Mimì, Damiano, e i due decidono di sposarsi. Ecco che il matrimonio è l'occasione per riaccendere la passione mai sopita tra Ninella e don Mimì. E il tutto sotto gli occhi vigili della suocera, dei figli e di tutto il paese.
Io che amo solo te (Mondadori, 30 pp, 16 euro), quinto romanzo diLuca Bianchini, si svolge tutto nell'arco di tre giorni, il tempo cioè per terminare i preparativi di questo matrimonio da favola, fra parenti, cibo, bomboniere, piccoli drammi, colpi di scena e un grande amore. Nella girandola dei protagonisti di questo romanzo corale, spiccano la sorella della sposa, Nancy (Annunziata all'anagrafe), diciassettenne che deve perdere 5 chili e la verginità, e il fratello gay dello sposo, Orlando, che si presenta alle nozze con una "finta fidanzata" per salvare le apparenze. Ma non tutto andrà secondo i piani…
Un'Italia piccola piccola, quella che racconti, un'Italia di provincia che guarda ammirata, attraverso tv, social network e cellulari, ai miti globali, ma forse ne capisce ben poco. Anzi, in fondo ne risulta quasi preservata…
È vero. Noi pensiamo sempre che l'Italia sia fatta solo di Milano, Roma, Napoli e Bari... ma ci dimentichiamo che l'Italia è fatta soprattutto di provincia. E in provincia le dinamiche umane sono diverse: ci si osserva di più, si spettegola di più, ma forse ci si vuole più bene. O, più semplicemente, ci sono più occasioni per vedersi e frequentarsi. Per disintossicarsi da Facebook, forse basterebbe fare un po' di "riabilitazione" come è capitato per caso a me andando per un po' a Polignano, in una casa scavata nella roccia dove il telefono prendeva solo in un punto. E in 5 minuti a piedi potevi incontrare tutte le persone che volevi.
Certo che avevo paura! Ma per scrivere bene bisogna avere paura. Per metà sono di origine siciliana, quindi conosco bene tutte le dinamiche familiari legate ai parenti e alle cerimonie. Io però sono sempre stato attratto dagli stereotipi, perché sono i più difficili da raccontare. La sfida in questo caso era entrare nella testa dei pugliesi, cercando di mantenere qualche distanza dovuta alla mia "torinesità". È stato un azzardo, ma mi sono divertito tantissimo. E i miei primi lettori pugliesi mi hanno detto che ho colto aspetti della loro cultura che loro non riuscivano a notare. Ad esempio la dinamica del "chiarimento": in Puglia ogni questione, anche la più piccola, va affrontata e chiarita. Nulla viene lasciato cadere.
Noi italiani abbiamo un rapporto sempre controverso col denaro. Ammiriamo e invidiamo chi ce l'ha - spesso sogniamo di diventarci amico - ma subito dopo lo giudichiamo, gli diamo del cafone o dell'arricchito. Ma in fondo i miei personaggi, più che al denaro, aspirano a fare "bella figura", che è un concetto italiano trasversale che in America, ad esempio, non esiste. Siamo un popolo di vanitosi, ma facciamo fatica ad ammetterlo.
Da un lato può essere ipocrita, dall'altro può essere molto tollerante. Siamo ancora imbevuti di una cultura dove il peccato è sempre centrale, almeno nelle apparenze. In realtà noi italiani siamo molto più tolleranti di quanto abbiamo consapevolezza, e magari non affrontiamo pubblicamente un segreto perché abbiamo il buongusto di non giudicare pubblicamente le persone. Spettegoliamo, certo, ma più per piacere che per cattiveria.
Nel mio romanzo, al di là delle apparenze, tutti i personaggi devono affrontare una prova di sincerità. E il matrimonio, al sud, è spesso un'occasione per fare un punto con la propria vita. Per Orlando, che è gay e testimone dello sposo, è tutto un po' più difficile. Ma l'amore gli dà coraggio e alla fine gli regalerà, se non la felicità, per lo meno un rapporto più sereno con suo padre e suo fratello. E non è poco.
Io ho esordito nel 2003 con Instant Love, i cui protagonisti, Rocco e Daniele, avevano una storia gay assai complicata. È stato un libro molto amato, e non volevo ripetermi con il rischio di non essere altrettanto profondo. Non amo gli scrittori che ti ripropongono sempre varianti della stessa storia, solo perché ha avuto successo. Mi piace scrivere personaggi e storie sempre diversi: in Siamo solo amici il protagonista era un portiere d'albergo veneziano; in Se domani farà bel tempo un cocainomane milanese. Qui il fratello gay dello sposo mi ha permesso al tempo stesso di affrontare il tema dei tabù familiari, delle nozze omosessuali, della società delle apparenze e di quanto può essere divertente presentarsi a un matrimonio con una "finta fidanzata".
Perché racconta un grande amore che non ha paura del tempo, dei giudizi e dei divieti, sullo sfondo di un matrimonio pugliese dove non ci si annoia mai e, spesso, si trova il tempo di sorridere. Viva la leggerezza.